[NB: il corso presuppone una conoscenza pregressa del diritto d’autore. I corsisti sono invitati a seguire prima il percorso dedicato a tale argomento, poiché la comprensione di DRM e licenze Creative Commons è difficile senza tali basi]
Il corso introduce il concetto di Digital Rights Management (DRM), spiegando che si tratta di un insieme di sistemi hardware o software, meccanismi e protocolli volti a consentire ai detentori di diritti d’autore un controllo sulle operazioni che i fruitori possono compiere su contenuti digitali. Viene anche chiarito che la legge italiana si riferisce ai DRM come “misure tecnologiche di protezione” (MTP). Le criticità associate ai DRM includono la loro difficoltà nel considerare eccezioni legali e la complessità di replicare limitazioni del mondo analogico in quello digitale. Vengono poi distinte due macrocategorie di DRM: quelli più “invasivi” che impongono limiti diretti sull’uso dei file, e i “social DRM”, che utilizzano watermark con informazioni sull’utente senza limitare l’uso del file.
Videolezione 1 – DRM e Creative Commons – Definizioni
La prima parte del corso si concentra sulla comprensione dei DRM (Digital Rights Management). L’acronimo anglofono si riferisce alla “gestione dei diritti digitali” o, come preferisce il relatore, alla “gestione digitale dei diritti”, poiché è il modo di gestire i diritti ad essere digitale. I DRM sono definiti come l’insieme di sistemi (hardware o software), meccanismi e protocolli che consentono ai titolari di diritti d’autore e diritti connessi di controllare le operazioni effettuabili dagli utenti in un contesto digitale. Viene fornito un esempio storico di DRM implementati nei CD musicali di fine anni ’90/primi 2000, che impedivano la riproduzione su alcuni dispositivi (come i masterizzatori di computer) per prevenire la copia abusiva, generando problemi per i consumatori.
La legge italiana sul diritto d’autore non usa il termine DRM, ma si riferisce a queste tecnologie come “misure tecnologiche di protezione” (MTP), regolamentate dagli articoli 102-sexies e 102-septies della legge 633/1941.
Le criticità nell’applicazione dei DRM includono:
- Essendo automatismi, non riescono a considerare le varie eccezioni e controeccezioni tipiche del diritto d’autore, che richiedono sensibilità giuridica.
- Cercano di ricreare nel mondo digitale gli stessi limiti ed effetti del mondo analogico tramite artifici giuridici e tecnologici, cosa che può apparire paradossale nell’era digitale. Un esempio è il prestito digitale nelle biblioteche, dove i DRM vengono usati per simulare la scarsità delle copie fisiche, che naturalmente non esisterebbe con i file digitali.
I DRM possono essere classificati in due macrocategorie:
- DRM più invasivi (sistemi anticopia): Implementano limitazioni sull’utilizzo dei file e sulle possibilità di farne copie o distribuzioni (es. DRM di Adobe o Ridium LS per ebook).
- Social DRM: Non limitano l’utilizzo, ma inseriscono watermark (filigrane virtuali) con informazioni sull’utente, sulla fonte o sulla licenza, rendendo identificabile la provenienza di un file diffuso al di fuori della cerchia autorizzata.
Videolezione 2: DRM: le norme italiane
Questa lezione approfondisce le norme italiane relative alle MTP. Viene fatto un richiamo anche alla normativa americana (DMCA e Fair Use), data l’influenza delle piattaforme USA nella gestione dei contenuti.
L’Articolo 102-sexies della legge sul diritto d’autore stabilisce che i titolari di diritti possono apporre misure tecnologiche di protezione efficaci che impediscano o limitino atti non autorizzati. L’efficacia di tali misure è considerata quando l’uso dell’opera è controllato tramite un dispositivo di accesso o un procedimento di protezione (come la cifratura o la distorsione) o limitato da un meccanismo di controllo delle copie.
L’Articolo 102-septies riguarda le “informazioni elettroniche sul regime dei diritti” (CMI – Copyright Management Information in inglese). Si tratta di metadati inseriti nei file o visibili come filigrana che identificano l’opera, l’autore, il titolare dei diritti, e possono contenere indicazioni sui termini o le condizioni d’uso. La rimozione di queste informazioni è di per sé una violazione del diritto d’autore.
Viene discusso il ruolo delle CMI nelle cause legate all’Intelligenza Artificiale generativa, dove gli attori (es. case editrici) lamentano che i sistemi AI non solo utilizzano i loro contenuti per l’addestramento senza licenza, ma rimuovono anche le informazioni sul copyright dagli output generati. Il DMCA americano del 1998 vieta sia di fornire CMI false sia di rimuovere o alterare intenzionalmente le CMI con l’intento di indurre o facilitare una violazione. Anche in questo ambito, esistono eccezioni per bilanciare i diritti degli autori e degli utilizzatori. Viene anche menzionata la possibilità di esercitare un “opt-out” per l’addestramento dei sistemi AI, che si qualifica come informazione sul regime dei diritti.
Videolezione 3: Licenze CC: quadro teorico
Questa parte introduce le licenze Creative Commons (CC), presentando il loro quadro teorico e storico. Si posizionano come un’opzione intermedia tra il rigido copyright (tutti i diritti riservati) e il pubblico dominio (nessun diritto riservato), dove l’autore sceglie di rilasciare l’opera con un regime di maggiore libertà.
Il concetto di “licenza” deriva dal latino licere (essere lecito) e indica un permesso o un’autorizzazione data dal titolare del diritto a qualcun altro.
La storia delle licenze aperte parte dal mondo del software libero, con la GNU GPL (General Public License) creata da Richard Stallman ed Eben Moglen nel 1989. Queste licenze sfruttano lo strumento del copyright per liberare gli utilizzi delle opere. Lawrence Lessig, un giurista visionario, ha teorizzato la necessità di rivisitare il copyright nel 2001-2002 e ha fondato Creative Commons per fornire agli autori strumenti per diffondere liberamente le loro opere. Le licenze CC sono neutrali e applicabili a diverse opere creative (testi, musica, immagini, video), escludendo generalmente il software (per cui esistono licenze specifiche) e gestendo le banche dati con versioni aggiornate per via del diritto sui generis.
È fondamentale applicare una licenza aperta se si desidera che un’opera circoli liberamente, perché le opere ricadono automaticamente sotto copyright e, senza indicazioni esplicite, gli utenti dovrebbero agire con prudenza come se l’opera fosse “tutti i diritti riservati”. Le licenze CC si distinguono dal pubblico dominio (CC0). Il CC0 implica una rinuncia totale ai diritti (un “pubblico dominio artificiale”), mentre le licenze CC mantengono il titolare come licenziante, che autorizza specifici utilizzi a determinate condizioni (“permessi condizionati”). Tutte le licenze Creative Commons, eccetto il CC0, richiedono almeno l’attribuzione della paternità (clausola “Attribution”), poiché gli autori desiderano un riconoscimento intellettuale.
Le licenze CC sono pubbliche, nel senso che sono rivolte a un pubblico indefinito e non richiedono un accordo bilaterale. Esse si basano e si muovono all’interno dei confini del diritto d’autore, non sono un’alternativa ad esso. Il loro motto è “Alcuni diritti riservati” (Some Rights Reserved), creando una scala di “sfumature di open”.
Wikipedia è citata come un esempio emblematico dell’applicazione delle licenze open; inizialmente usava la GNU FDL e dal 2009 è passata alla Creative Commons Attribution-ShareAlike (CC BY-SA).
Videolezione 4: Licenze CC: come funzionano
L’ultima lezione è operativa, spiegando come applicare le licenze CC alle proprie opere e come trovare e riutilizzare correttamente opere con tali licenze. Le licenze CC combinano quattro clausole base (ingredienti):
- Attribution (BY): Richiede sempre l’attribuzione della paternità all’autore. È sempre presente in tutte le sei licenze CC.
- NonCommercial (NC): Non consente utilizzi prevalentemente commerciali dell’opera (simbolo del dollaro barrato).
- NoDerivatives (ND): Non consente la creazione di opere derivate o rielaborazioni creative (es. remix, traduzioni, adattamenti) (simbolo dell’uguale).
- ShareAlike (SA): Se vengono create opere derivate, devono essere rilasciate sotto la stessa licenza dell’opera originale. Questo meccanismo, detto “copyleft conservativo”, è circolare e garantisce che le libertà concesse si mantengano (simbolo di una C rovesciata a forma di freccia). È la licenza di Wikipedia.
Le sei licenze Creative Commons derivano dalla combinazione di queste clausole, con BY sempre presente e ND e SA che non possono coesistere. Viene introdotto anche il CC0, che è una scelta più radicale di rinuncia totale all’esercizio dei propri diritti d’autore, liberando completamente l’opera ma perdendo ogni controllo.
Le sei licenze CC, ordinate dalla più libera alla più restrittiva, sono:
- CC BY (Attribution)
- CC BY-SA (Attribution-ShareAlike)
- CC BY-ND (Attribution-NoDerivatives)
- CC BY-NC (Attribution-NonCommercial)
- CC BY-NC-SA (Attribution-NonCommercial-ShareAlike)
- CC BY-NC-ND (Attribution-NonCommercial-NoDerivatives)
Per pubblicare opere con licenze Creative Commons, ci sono due strade principali:
- Piattaforme preconfezionate: Servirsi di piattaforme come YouTube (che offre solo CC BY), Vimeo (offre tutte le opzioni CC), Flickr, Wikipedia, Wikimedia Commons, Zenodo. Queste piattaforme gestiscono l’inserimento dei metadati della licenza durante il caricamento.
- Siti web con gestione HTML: Utilizzare il “License Chooser” del sito Creative Commons, che genera un codice HTML/XML da inserire nel footer o nel codice sorgente della pagina web. Questo permette ai motori di ricerca di identificare la licenza.
Per trovare opere con licenza Creative Commons, si possono utilizzare:
- Un motore di ricerca specifico di Creative Commons.
- I filtri di Google Immagini (o altri motori di ricerca), selezionando “Strumenti” -> “Diritti di utilizzo” e scegliendo “Licenze Creative Commons”. Si raccomanda vivamente di non prendere immagini da Google Immagini senza verificare i diritti, poiché la maggior parte potrebbe essere soggetta a copyright.
Infine, si consiglia di usare le versioni più aggiornate delle licenze Creative Commons (come la 4.0), specialmente per le banche dati e gli open data, e di non utilizzarle per il software, per cui esistono licenze specifiche. Il corso stesso, comprese le slide, è rilasciato sotto licenza CC BY-SA 4.0.
Curriculum
- 1 Section
- 4 Lessons
- Lifetime
- Moduli del corsoIl corso sul DRM e le Creative Commons è tenuto dal giurista e avvocato Simone Aliprandi e si sviluppa in quattro videolezioni.4

